9 Luglio 2020

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Il “Gentil” rifiuto

In un’intervista concessa di recente ad un portale web , Alessandro Gentile si definisce una persona tendente al pigro. A chi possiede tale caratteristica è meglio non sottrarre preziose ore di sonno se non si vuole incorrere nella sua ira. Chiarito ciò, pare quantomeno fantasioso ipotizzare che il suo rifiuto alla chiamata degli Houston Rockets per la prossima stagione dipenda dalla telefonata ricevuta nelle prime ore del mattino che gli annunciava la scelta del team texano, sbalzandolo dal letto. I fatti sono andati diversamente, proviamo ad esaminarli:
La prima spiegazione logica che viene da darsi è qualche comprensibile riserva nell’affrontare un’esperienza che lo porterebbe così lontano da casa, quindi di natura affettiva verso familiari, amici e routine. Questa tesi sembra essere sconfessata dalla storia personale del nativo di Maddaloni, Caserta. Partito alla volta di Bologna appena quattordicenne, ingaggiato dalla Virtus, neanche il tempo di farsi degli amici che l’anno successivo la Benetton Treviso ne ha acquisito le prestazioni. Dopo qualche anno l’approdo a Milano, all’Olimpia di cui oggi è capitano. Vero è che a quell’età non si può parlare di decisioni personali, ma risulta evidente una spiccata predisposizione all’ambientamento da parte del ragazzo.
Più coerente parlare di conservazione dello status quo e di motivazioni di origine tecnica. Al momento della convocazione americana Gentile si è trovato di fronte al dilemma che ha angustiato le stelle del basket di area FIBA negli anni ‘80 e ‘90: dominare in patria o rischiare la panchina in NBA? Rebus sic stantibus il cestista casertano ha optato per la prima, persuaso dalla subitanea proposta di rinnovo avanzatagli da Giorgio Armani, che lo pone di diritto al centro del progetto che il patron-stilista ha modellato per la sua Milano, coadiuvato dall’arrivo di atleti come Kleiza e Brooks dalla lunga militanza NBA. Professori del gioco quali Bodiroga, Galis e Meneghin, a loro tempo, hanno declinato l’invito ad attraversare l’oceano, consapevoli dei disagi tecnici e ambientali cui sarebbero andati incontro, perché la presenza europea era esigua, che si parli di uomini o di idee di basket, e nessun coach avrebbe plasmato un team sulla figura di un non-americano, a differenza di un sistema odierno che ha spalancato le frontiere e abbracciato teorie provenienti dal vecchio continente. L’influenza di papà Nando, icona del basket italiano, è forte e gli aneddoti sul magico periodo caratterizzato dai sopraccitati hanno fatto sì che Alessandro non crescesse nel mito a stelle e strisce come quasi tutti i suoi coetanei. Inoltre non sarà mai una stella a livello mondiale, ma è giusto che comprenda la direzione verso cui si sta muovendo buona parte dell’universo NBA, e che un giocatore come lui, lavorando sodo e ingoiando qualche rospo, può essere protagonista in un team che operi in modo da riservare un ruolo essenziale ad ogni elemento. Troppo facile identificare in Belinelli un modello da seguire, e i San Antonio Spurs freschi campioni come contesto cui mirare, gli stessi che hanno sofferto e non poco nell’affrontare squadre europee nel loro tour di preparazione, come ulteriore prova che un’idea di basket molto simile alla nostra in diversi punti possa sorprendere una lega intera, la migliore del mondo, e al contempo annaspare contro sistemi fondati su precetti speculari o quasi, al netto del gap motivazionale tra le contendenti in questo tipo di partite.
La postseason dello scorso campionato ha testimoniato del salto di qualità effettuato dal ragazzo su quasi tutti gli aspetti del gioco, evidenziandone sia il carattere da leader emotivo e tecnico, sia la capacità di non forzare situazioni di gioco in favore di compagni meglio piazzati, come nel possesso decisivo di gara-6 delle finali scudetto, laddove accortosi delle particolari attenzioni della difesa avversaria nei suoi confronti, ha rinunciato a un tiro che spetterebbe a un capitano per cederlo ad un comprimario che lo ha ripagato col canestro della vittoria. Le migliorie da apportare sono di carattere muscolare, il ragazzo ha un’ottima struttura fisica ma deve aggiungere massa per tenere botta con le statuarie ali piccole d’oltreoceano, e nel gioco senza palla. C’è da lavorare su un rilascio della palla nel tiro in sospensione troppo lento per quegli standard e sull’atteggiamento in campo, in particolare verso gli arbitri, segnalato anche su nba.com, nella scheda redatta da alcuni dei più autorevoli scout a livello mondiale. Tra i tanti aspetti evidenziati figura un “Can be overly emotional” che si riferisce proprio a questo, non certo a una timidezza di cui è sprovvisto, vista la teatralità al limite dello scherno che accompagna le sue gesta, e che negli States apprezzano e non poco, ma a una eccessiva attenzione a quello che è di contorno alla parte giocata e da quelle parti gli arbitri devono essere considerati di contorno e lasciati operare in pace.
Trattasi di un classe ‘93, può permettersi di rifletterci su per un paio d’anni ancora, ma l’ostico mondo che si presentava agli occhi del grande Nando ad oggi è molto più accogliente. E comunque fa curriculum.

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