Posted On 14 agosto 2017 By In Cinema, opinione With 248 Views

Visioni sotto l’ombrellone: “Mal di Pietre” con Marion Cotillard

Marion Cotillard raramente sbaglia un colpo. L’attrice francese premio Oscar anche stavolta ci regala una performance maiuscola e degna di nota nel film “Mal de Pierres”, “Mal di Pietre” tradotto da noi, opera di Nicole Garcia passata troppo in fretta nelle nostre sale in primavera, con difficoltà persino nei cinema d’essai. La storia, ambientata nella Francia post bellica degli anni ’50, segue i tormenti e le pulsioni di Gabrielle, giovane donna ritenuta quasi pazza in paese e in famiglia, una ragazza dall’amore facile e non sempre corrisposto. La madre, preoccupata per le sorti della figlia ancora nubile, propone a un immigrato spagnolo, reduce dalla guerra in Spagna e fuggito dalla Catalogna sotto il tacco del generale Franco, di sposarla. Il matrimonio non inizia subito col piede giusto, passando anche per un lungo ricovero di Gabrielle in un centro termale che ricorda tanto il sanatorio del film “La montagna incantata”, tratto dall’omonimo romanzo dello scrittore tedesco Thomas Mann. Giunta lì, tra le Alpi svizzere, per curare il suo “mal di pietre” (un problema di calcoli addominali che non le consente nemmeno di portare a termine una gravidanza), la donna incontrerà il suo grande amore, un giovane ex soldato dell’esercito francese dalla salute molto cagionevole, con cui intrattiene una passione folle che inciderà profondamente sui suoi rapporti coniugali e sul resto della sua vita. Il film si apre infatti con l’arrivo di Gabrielle e del marito a Lione, dove il figlio si dovrà esibire in un concerto al pianoforte, e la vista di un indirizzo a cui lei ha scritto per anni, senza ricevere risposta alcuna, la porterà a fare i conti col passato in un lungo flashback. L’epilogo sarà spiazzante per lo spettatore, ma non privo di speranza per Gabrielle, vittima del suo “mal di vivere” prima ancora di quel “mal di pietre”. Per citare ancora Montale e la sua poesia, la malattia della protagonista diventa quasi un correlativo oggettivo dei suoi dolori più profondi, della sua incapacità di vedere le cose, della depressione strisciante che l’accompagna per tutta la sua esistenza. Quella sofferenza all’addome è dolore dell’anima, e non c’è acqua o immersione che possa curarla. La Cotillard, sempre a suo agio in storie drammatiche forti e con personaggi struggenti (non a caso ha vinto l’Oscar nel 2008 interpretando Edith Piaf ne “La Vie en Rose”), dà l’acqua della vita alla sua Gabrielle, con occhi selvatici all’inizio del film che poi tramutano in sguardi d’amore e desiderio bruciante, misurata e intensa come non la si vedeva dai tempi di “Due Giorni, una notte” dei fratelli Dardenne, che le procurò la seconda nomination agli Academy Awards. Al suo fianco, nei panni dell’ex militare storpio, c’è quel Louis Garrel lanciato da “The Dreamers” di Bertolucci e da poco interprete al cinema del regista Jean Luc Godard. Per quanto sia bravo anche lui, ogni volta che Marion Cotillard entra in scena riempie una stanza, anche con un semplice silenzio. A lei, che ha conquistato Hollywood da quasi dieci anni, la Mecca del Cinema ha cucito spesso addosso l’appellativo di “bedroom eyes”, ovvero quegli occhi sensuali “da camera da letto” tipici di Bette Davis. Con un battito di ciglia riesce a passare dalla paura alla follia, merito anche di una regia asciutta e calibrata, che si perde solo un po’ nel finale, pur mantenendo un buon ritmo avvincente ed emozionante. Non a caso era in concorso per la Palma d’Oro a Cannes, e ha ricevuto otto candidature ai Cesar, gli Oscar francesi. Davvero meritate.

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