13 dicembre 2018

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opinione

Su Sky il film dell’anno, Chiamami Col Tuo Nome di Luca Guadagnino

Reduce dall’Oscar alla migliore sceneggiatura non originale (tratta infatti dal bel romanzo omonimo di Andre Aciman), Chiamami col tuo nome approda per la prima volta assoluta in tv, sul satellite e sulla piattaforma Sky nello specifico, ai canali di Sky Cinema. Una buona occasione di recuperare il film dell’anno, a detta di molti e dei numerosi premi aggiudicati, per chi l’avesse perso in sala, e soprattutto per ascoltare in lingua originale quel misto di inglese, francese e italiano dei dialoghi e delle battute di un piccolo grande cult del cinema italiano d’autore. Nell’Italia degli anni ’80, sotto il sole cocente d’estate e tra profumi di frutta e antichità si celebra la storia d’amore di Elio e Oliver. Il primo è il figlio del professor Perlman (magnifico Michael Sthulbarg, e lo ricorderemo tutti per il bellissimo discorso finale al figlio) che ospita Oliver, studente americano in vacanza studio, per sei settimane nella sua villa “da qualche parte nel Nord Italia”, come recitano le scritte stilizzate del film. Non una galassia lontana al pari di Star Wars (il cui ultimo episodio è passato in onda sempre su Sky Cinema 1), ma comunque in un periodo non proprio recente se si pensa ai discorsi sul nascente governo di Bettino Craxi e del suo pentapartito. Preistoria praticamente. I due ragazzi si conoscono, si scrutano, si scoprono e finiscono per amarsi. Di un amore profondo come sanno essere le vere amicizie, quelle consumate velocemente e ostacolate solo dal tempo, tiranno infallibile. Talmente profonde da spingerli a chiamarsi ognuno col nome dell’altro, per affermare di esistere e di vivere e morire nella propria controparte. Del resto fu il filosofo napoletano Aldo Masullo anni fa, in occasione della presentazione di un testo scientifico sull’omosessualità, a dichiarare che l’amore gay, a differenza di quello fraterno o genitoriale imposto e scaturito dalla famiglia, e soprattutto di quello eterosessuale che è dettato il più delle volte dal mero istinto riproduttivo, potrebbe esser definito come l’amore più sincero e puro. Un concetto che nel making of di un altro film sul tema,”L’imbalsamatore” di Garrone (candidato per l’Italia agli  Oscar 2019 col suo ultimo “Dogman”) Ernesto Mahieux, interprete del nano innamorato del bel ragazzo in quella storia a tinte fosche, sposava in pieno per il suo personaggio. Un affetto ritratto con garbo e sensualità in Chiamami col tuo nome da Guadagnino, regista siciliano trapiantato in quel di Crema, dove ha girato il film, un cineasta con un respiro ormai internazionale, data la caratura hollywoodiana di molte sue opere e la collaborazione con star e attori inglesi, francesi e soprattutto statunitensi. Armie Hammer, l’Oliver di “Call me by your name”, assomiglia molto al primo Paul Newman: bellezza dagli occhi di ghiaccio, classe innata e fascino a profusione, charme a cui non sa resistere il giovanissimo figlio del prof. Perlman, Elio, interpretato dall’efebico e talentuoso Timothée Chalamet. Prima nomination all’Oscar per lui a soli 22 anni, una candidatura meritata grazie a un efficace gioco di sguardi e sottrazioni, e alle lezioni di italiano e pianoforte apprese in poche settimane.  Senza dimenticare la scena finale davanti al fuoco del caminetto acceso per Hannukkah, il “Natale ebraico”: quel pianto che è un pugno nello stomaco dello spettatore, pochi secondi dopo aver chiuso la telefonata con l’amato Oliver dall’altra parte dell’oceano. La scrittura asciutta ed efficace di quel mostro sacro di James Ivory, autore del più bel film sull’omosessualità giovanile che fu Maurice, aiuta e sostiene benissimo la regia, incantevole d’altra parte nella gestione degli spazi, nel lirismo della natura, dipinta con efficaci inquadrature (di forte impatto la gita in quel di Bergamo tra panorami mozzafiato e cascate aperte per l’occasione), e nella direzione degli interpreti ovviamente. Hammer era stato già bravo nel doppio ruolo dei gemelli atleti in The Social Network di Fincher, e aveva tenuto testa a Di Caprio in J Edgar di Eastwood, ma qui per la seconda volta si affida a un regista italiano dopo l’esperienza nel deserto nordafricano per Mine, il film di guerra di Fabio Resinaro e Fabio Guaglione. Qui gioca da attore ormai maturo, atteso ormai a nuove prove dopo la nomination al Golden Globe e dopo aver sfiorato quella alla statuetta più importante, mancata per un soffio tra l’exploit di Chalamet tra i migliori protagonisti e il doveroso riconoscimento allo script di Ivory e allo sforzo produttivo di Guadagnino, cineasta che entra da quest’anno nell’Academy come membro ufficiale.

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