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Seydou Sarr e Moustapha Fall da Venezia dove vincono i nastri d’argento con il film Io Capitano al Giffoni film festival il 21 luglio

Straordinari protagonisti nel film di Matteo Garrone Io Capitano, recentemente hanno conquistato ai Nastri d’argento un riconoscimento speciale come “esordienti dell’anno”. I loro racconti, al di là del valore culturale e cinematografico, offriranno una prospettiva umana su una delle questioni più pressanti del nostro tempo, mettendo in luce l’importanza della solidarietà e dell’accoglienza

La notte degli Oscar, Moustapha vorrebbe conoscere Michael B. Jordan, invece Seydou non ha un nome di un attore famoso in testa, perché non conosce molto «quel mondo», che poi sarebbe Hollywood e a dirlo ad alta voce «sembra solo un sogno». Invece è tutto vero. Il 10 marzo, Seydou Sarr e Moustapha Fall, 19 e 21 anni, si ritroveranno nel centro esatto di «quel mondo», al Dolby Theatre di Los Angeles, alla cerimonia di consegna degli Oscar, seduti accanto a Matteo Garrone che li ha diretti in Io capitanocandidato nella categoria miglior film internazionale. «Cerco di non pensarci troppo, perché fa davvero paura. Vivo alla giornata, cerco di dirmi che va tutto bene e vediamo cosa succederà. Non mi chiedo troppo se il film vincerà o se io potrò continuare a recitare», dice Seydou.

È seduto accanto a Moustapha, collega ma soprattutto amico, Io capitano li ha uniti sul set e nei lunghi e concitati mesi dopo, ora sono a Los Angeles per la campagna degli Oscar e ormai non è neanche più una novità: «È la quarta volta che veniamo qua, a me piace moltissimo questa città, è il posto in cui vorrei vivere e continuare la mia carriera», dice Moustapha. Seydou invece non è convinto, non gli piace molto Los Angeles, ma non sa spiegare perché, dice solo: «Io in realtà preferisco l’Italia». L’Italia è anche la meta dei due ragazzi senegalesi che interpretano in Io capitano, il primo film che racconta nel dettaglio l’odissea dei migranti che attraversano l’Africa per arrivare nel nostro Paese, tra i pericoli del deserto, i terribili centri di detenzione in Libia e il viaggio disperato in mare sui barconi. «Questo film per me ha significato tante cose. Oggi ci sono tante persone che affrontano il mare per venire nel vostro Paese: è stato importante mostrare esattamente cosa succede nel deserto, la realtà del viaggio, e mostrarla all’Africa», dice Seydou. «Matteo ha fatto una cosa grande: finora vedevate solo i barconi, nessuno aveva mai raccontato questa parte della storia; ora lui lo ha fatto e tutti possono conoscere la verità». Lo chiamano «il viaggio» e basta, non c’è bisogno di specificare di chi o dove, il viaggio è quella cosa lì, una specie di presagio di morte, e ogni volta che lo nominano fanno una piccola pausa, sembra una pausa con dentro rispetto e tristezza. Neanche per loro, in realtà, era chiaro come fosse «il viaggio», e si intuisce che prenderne atto è stato un trauma, ancora da elaborare: «Non ne sapevo niente neanche io», racconta Seydou abbassando lo sguardo. «Grazie a Matteo ho conosciuto persone che lo hanno fatto, poi abbiamo girato il film e ho capito cosa vuol dire». «Sono come un suicidio questi viaggi», aggiunge Moustapha, che a Io capitano riconosce un ruolo politico, quello di «aver dare voce ai senza voce».In Italia, però, buona parte della politica vede i migranti come il fumo negli occhi. «Non so molto di queste cose, ma credo che finché non ci sarà uguaglianza, migrare sarà un desiderio legittimo, che niente può fermare», dice serio Seydou. I sogni, per lui, sono inarrestabili: «Chiunque ha il diritto di sognare, non biasimo chi rischia la vita per arrivare in Europa. Il problema è che in Africa tanti sogni non li puoi realizzare. E oggi in Senegal, per esempio, tutti noi ragazzi vediamo attraverso Instagram e TikTok la bellezza che c’è in Europa, ma non possiamo avere un visto per viaggiare, e così spesso la soluzione è attraversare il deserto. C’è un’ingiustizia di fondo: tutti abbiamo bisogno di sognare e viaggiare».

Prima di finire sul set di Garrone e di arrivare a Los Angeles, sognavano cose diverse, ma speravano entrambi, un giorno, di vivere in Europa. Seydou giocava a calcio e della recitazione non si era mai interessato: «Pensavo solo al pallone, volevo lasciare il Senegal solo per questo motivo, il mio idolo è Osimhen. Poi ho sentito che c’era questa audizione e mi sono presentato a Thies, nella mia città. C’era tantissima gente, ma ho superato il primo provino e mi hanno fatto andare a Dakar per un altro casting. Lì ho conosciuto Moustapha, dovevamo recitare la scena in cui lui mi convince a partire per l’Italia». Perché recitare? «Mia madre. È stata lei a convincermi a fare il provino, io che non avevo mai recitato in vita mia. Ma lei invece faceva teatro in Senegal e sognava di fare l’attrice. Mi ha detto soltanto: io volevo farlo e non ho avuto la possibilità, tu ora che ce l’hai sfruttala». Sente la responsabilità? «Sì», risponde serio. Nella vita di Moustapha, invece, la recitazione era già entrata da tempo: «Facevo già teatro, ero in una grande troupe in Senegal e così ho provato. Con Seydou c’è stata subito una connessione particolare. È stato il destino forse».

Poi le settimane sul set, un’esperienza durissima: «È stato difficile non solo perché era il nostro primo film, ma perché siamo stati parecchio tempo nel deserto, dove la mattina faceva caldissimo e la notte freddo. È stata una sofferenza», ricorda Moustapha. «Matteo però ci è sempre stato vicino e ci ha dato la forza di affrontare le riprese». Seydou: «Matteo non ci ha mai trattato come attori, ma come gente di famiglia». Anche oggi, in realtà: in Italia i due vivono a casa della madre di Garrone: «Una mamma per noi

Della Mostra del cinema di Venezia, dove ha vinto il premio Mastroianni e Io capitano il Leone d’argento, Seydou ha ricordi vivissimi. La scena è stata tra le più memorabili del Festival: lui che sale sul palco e mentre riceve il premio scoppia a piangere e dice soltanto: «Sono senza parole». Seydou si emoziona: «Non sapevamo niente, ci avevano detto che c’era un premio, poi mi hanno chiamato, sono salito sul palco e ho dimenticato tutto, non sapevo più cosa dire. È stato bellissimo».

Seydou Sarr e Matteo Garrone alla Mostra del cinema di Venezia del 2023.

Seydou Sarr e Matteo Garrone alla Mostra del cinema di Venezia del 2023.

 ANDREAS RENTZ/GETTY IMAGES

La vita dopo Venezia è stata poi una scoperta continua, di cui Seydou dice: «Devo ringraziare soprattutto Allah. Perché viaggiare è un’esperienza bellissima, conoscere il mondo, incontrare persone di altri Paesi e di altri ambienti. Non avrei mai immaginato niente di simile». Ci sono anche scoperte negative, a dire il vero, perché l’Italia che si vede dal Senegal sui social non è reale: «Da Instagram mi ero fatto un’idea totalmente diversa, poi ho visto che vicino al Vaticano ci sono persone che dormono per terra e ci sono rimasto malissimo». Moustapha racconta che in questi ultimi mesi è cresciuto moltissimo e, tra le altre cose, ha capito che vantarsi non è giusto, che «devo smetterla di ostentare sui social, perché ci sono persone che soffrono e bisogna averne rispetto». Sono diventati famosi in Senegal? Seydou ride: «Io no, Moustapha sì: lui è una star di TikTok». E ora che succederà? Quando parlano del futuro, si percepisce una preoccupazione nella voce e nell’espressione. «Sì, vorremmo continuare a recitare», dicono entrambi, ma sarà possibile?, si chiedono. Seydou si fa esplicito: «È difficile quando hai la pelle nera». Ma il sogno resta, quello di andare avanti con il cinema, i film. In Italia o chissà, «magari in America», dice Moustapha. Questi due attori non professionisti che con il Grande maestro Garrone sono riusciti a diventare celebri  Verranno al Giffoni Film festival il 21 luglio

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