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Regionali Campania, Ditto: “Altro che cambio di passo, è un sistema che si autoriproduce”

“Il territorio – spiega l’imprenditore – ha riconosciuto ciò che conosce, anche quando viene presentato come novità. Il voto mostra che il rinnovamento non può essere annunciato ma va costruito”

NAPOLI – “Il voto regionale in Campania conferma un dato evidente: la promessa di un cambio di passo si è tradotta in una continuità che non sorprende chi conosce davvero il territorio. La narrazione del rinnovamento ha trovato meno spazio dei meccanismi che, da anni, regolano gli equilibri locali. Da questo dato, insieme a quello dell’astensionismo, deve partire una profonda riflessione”. Lo afferma Enrico Ditto, imprenditore campano nel settore della formazione e dell’hospitality e attento osservatore delle dinamiche sociali e politiche regionali.

“Il timore – spiega Ditto – è che la distanza tra il linguaggio politico e la realtà delle comunità campane diventi una voragine. Il richiamo al nuovo si è rivelato un’operazione più formale che sostanziale. Ora questa nuova classe di consiglieri dimostri di essere capace di intercettare le questioni concrete che attraversano la regione, dal lavoro alla tenuta dei servizi essenziali, mostrando comunque una necessaria rottura con l’immediato passato”.

In questo quadro, Ditto sottolinea che “il risultato non può essere trattato come un episodio isolato, ma come la conferma di un sistema che si autoriproduce. Una dinamica che continua a rendere opaca ogni prospettiva di cambiamento, anche quelle necessarie, soprattutto nelle aree dove l’assenza di politiche coerenti si percepisce con maggiore intensità”.

“Sono dell’idea – continua Ditto – che la Campania abbia bisogno di un confronto meno legato ai rituali elettorali e più attento a ciò che davvero condiziona la vita dei cittadini. Il voto mostra che il rinnovamento non può essere annunciato: deve essere costruito, verificato e reso riconoscibile”.

“La discussione interna alle altre forze politiche potrà aprire nuovi scenari, ma il dato di oggi resta chiaro”, conclude Ditto. “Il territorio, ancora una volta, ha riconosciuto ciò che conosce, anche quando viene presentato come novità”.

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“Le intercettazioni telefoniche rappresentano un vulnus della vita sociale essendo svilito il loro importante ruolo all’interno della fase di indagini per lasciare posto ad una spettacolarizzazione giornalistica ed una modalità di attacco del ‘nemico’ politico o di chi ricopre ruoli istituzionali. Non c’è nessuna figura che sfugge alla ‘tagliola’ delle intercettazioni, ancor di più nell’era del Trojan Virus, gli stessi magistrati non ne sono esenti”. Lo afferma Walter Mauriello, presidente di Meritocrazia Italia, rappresentando la posizione garantista dell’associazione a tutela del merito. “Le intercettazioni non possono rappresentare una lotta tra poteri dello Stato ma solo la ricerca del miglior contemperamento tra legittime ed indispensabili esigenze di indagini e la tutela della persona, nei suoi diritti fondamentali. Ad esempio è necessario pubblicare le intercettazioni telefoniche senza considerare che il processo non è ancora iniziato e che dietro la persona ci sono rapporti famigliari, minori e attività lavorativa? È normale condannare il soggetto indagato in maniera pubblica senza avere più interesse al processo, che è l’anima della verità sostanziale? Sembra di rilevare l’ovvio ribadendo che la difesa è diritto inviolabile in ogni fase e grado del procedimento. E che ogni violazione del principio mette in forse l’essenza stessa dello Stato di diritto. Lo racconta la Carta costituzionale. Lo confermano i Codici di rito”. Eppure, secondo Mauriello, le vicende di cronaca consegnano “una realtà non sempre coerente con un quadro valoriale e normativo inequivoco. Il reiterato oltraggio alle garanzie processuali si fa sintomo di una grave deriva nell’amministrazione della Giustizia, con conseguente gravissimo allarme sociale. Non isolati, i recenti fatti di Genova mostrano l’ennesima violazione della riservatezza del colloquio tra difensore e assistito, oggetto di intercettazione, trascrizione e utilizzo da parte della Procura della Repubblica senza adeguata giustificazione”. “Nonostante il chiarissimo impianto normativo – continua Mauriello – le forme d’indagine oggi adottate dalla Procura di Genova continuano a colorare le prime pagine dei quotidiani. In continuità con il dettaglio tecnico delle proposte formulate con il ‘nuovo Progetto Italia’, Meritocrazia Italia oppone fermo biasimo alla condotta attuata e invoca assoluto rigore nel rispetto delle garanzie processuali e, in particolare, delle disposizioni che sovraintendono all’utilizzo dello strumento delle intercettazioni. Auspica altresì l’introduzione di norme che vietino agli inquirenti, oltre alle intercettazioni telefoniche e/o ambientali relative a conversazioni o comunicazioni riservate tra difensori e con le persone assistite, la trascrizione dell’esito delle stesse nei provvedimenti giudiziari, affinché non residui spazio alcuno ad elusioni, ancorché frutto di (comunque ingiustificabili) errori, in violazione dei principi posti a presidio dei diritti superiori dell’Uomo”. Meritocrazia Italia auspica provvedimenti legislativi che disciplinino in maniera rigorosa: La pubblicazione delle intercettazioni da disporre con provvedimento dello stesso GIP, che ne deve stabilire i criteri e limitazioni; Come svolgere la conferenza stampa della Procura della Repubblica; La modalità di informare i cittadini obbligando a dare medesima evidenza sia alla misura cautelare che alla evoluzione processuale.

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