9 Agosto 2022

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Le ore buie, l’esordio letterario di Vincenzo Barone Lumaga

Sono immagini vivide, contemporanee, inquietanti, quelle evocate magistralmente da Vincenzo Barone Lumaga nel suo “Le ore buie” (Milena Edizioni, pp. 137, euro 9,00), libro non adatto a chi è facilmente suggestionabile e ai deboli di cuore. Diciassette racconti, ognuno ambientato in momenti diversi della notte, e racchiusi in tre spazi cruciali: Crepuscolo, L’ora delle streghe e Prima dell’alba. Il filone letterario è quello della narrativa fantastica, ispirato alla tradizione gotica. Citando la quarta di copertina, si tratta di «storie surreali, che si intrecciano nella vita concreta del lettore», di racconti che rappresentano «una sfida alla razionalità quotidiana». In questo libro troviamo «antiche leggende ambientate in metropoli alienanti, storie del terrore costrette in claustrofobiche imbarcazioni sperdute nel mare, oppure tra solitari paesaggi montani».

Ne parliamo con l’autore, il quale oltre ad essere uno scrittore è anzitutto un brillante avvocato penalista.

 

Cominciamo dall’inizio. Com’è nata la tua passione per la scrittura?

Ho iniziato a scrivere opere di narrativa quando frequentavo il primo anno di università. Poi, dopo la laurea, ho approfondito l’argomento in rete, su forum e community di scrittura creativa.

Come sei approdato al genere della letteratura fantastica?

Ho sempre amato i classici del genere e del noir. Adoro i libri di Stephen King, Howard Phillips Lovecraft, Edgar Allan Poe. E poi questo filone letterario è poco inflazionato in Italia, sebbene anche grandi autori come Dino Buzzati, Pirandello e Calvino abbiano composto opere di questo genere.

L’aspetto che mi ha colpito di più dei tuoi racconti è il realismo descrittivo …

L’effetto perturbante di questo genere di letterario è causato proprio dall’accostamento di elementi sovvertitori a una realtà vivida. Dedicare molta attenzione ai particolari, sia degli scenari sia dei personaggi, è quindi fondamentale per coinvolgere il lettore ed inquietarlo.

I racconti sono scritti in prima persona, ma anche in seconda persona, e in terza persona con la tecnica del narratore onnisciente. Quale preferisci?

In questo libro mi sono cimentato con tutte e tre le tecniche, ma soprattutto con la seconda, perché trovo che conferisca un ritmo più vivace alla narrazione.

Nel libro ci sono molti riferimenti musicali…

La musica è una componente importante della mia formazione culturale. Nel tempo libero mi diletto come bassista, chitarrista e compositore.

“Le ore buie” è il tuo esordio letterario, hai in cantiere qualche altro progetto?

In effetti sì. Sto lavorando alla stesura del mio primo romanzo, un poliziesco horror, che è in fase di ultimazione, anche se non posso ancora preventivare quando verrà pubblicato. Nel frattempo continuo a scrivere anche racconti brevi, perché è una forma letteraria che amo tantissimo, e realizzare articoli e saggi sulla letteratura fantastica, che vengono pubblicati su riviste telematiche e portali di letteratura.

***

Dal racconto “Music is a hungry ghost” contenuto ne “Le ore buie”

[dropcap style=”default, square, or circle”]R[/dropcap]ory non avrebbe saputo dire in quale preciso momento la sensazione era stata così netta da non lasciare più spazio ai dubbi. In fondo aveva passato il pomeriggio gironzolando per i coffee shop, e questo di certo poteva aver influito sulla sua percezione, almeno all’inizio. Pensava che fosse tutto fuori posto in quella storia, a cominciare dal protagonista. Ci si aspetta che cose del genere capitino a gente fissata con la magia, la reincarnazione, che vede i fantasmi. Lui non era nulla di tutto questo, solo un chitarrista di Cork che aveva lasciato la verde Irlanda per cercar fortuna ad Amsterdam. Anche il posto era sbagliato: non un vecchio castello scozzese, o la classica casa di campagna diroccata, ma un vecchio, piccolo e scalcinato studio di registrazione vicino Leidsplein, dove stava provando con un nuovo gruppo per il concerto della sera dopo. Ma nonostante tutte queste incongruenze che rendevano assurda la faccenda, era divenuto pian piano consapevole di sentire una presenza durante le prove serali. Tutto era cominciato con la vaga percezione di un attento ascoltatore che li osservava silenzioso in disparte. Man mano che tale sensazione acquisiva concretezza, la presenza sembrò farsi più sfacciata. Nel clou di un suo assolo, percepì che era proprio accanto a lui, e vi rimase per tutto il tempo in cui continuarono a suonare. Tutti gli altri del gruppo si accorsero che aveva iniziato a suonare con una marcia in più, attribuendolo a tutte le canne di quel pomeriggio. In realtà lui subiva l’eccitazione di sentirsi osservato.

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