9 Luglio 2020

SULPEZZO.it
pallacanestro sport

NBA, verso le “Finals”. Gli Heat superano i Pacers

NBA: Indiana Pacers – Miami Heat 2-3. Same old story.

“Perdere la maniglia” significa, in gergo cestistico, un cattivo controllo da parte del palleggiatore, con conseguente possesso regalato agli avversari. Traslando il concetto dal singolo al collettivo e dall’area tecnica a quella psicologica, avremo la spiegazione di cosa stia effettivamente accadendo dalle parti di Indiana, nel turbolento sistema Pacers. Sì, perché appare chiaro come gli uomini di coach Vogel abbiano perso la maniglia emotiva della serie, infrangendosi contro il primo ostacolo probante imbattutosi sul loro percorso verso le Finals.

Eppure in molti credevano nel sorpasso nei confronti dei Miami Heat, i loro carnefici nei playoff 2012 e 2013, considerata la campagna di rafforzamento improntata su questa sfida, l’unica possibile a livello di finali di conference ad est. L’arrivo di Luis Scola doveva servire ad accentuare la superiorità dei Pacers sotto le plance, quello di Evan Turner a portare imprevedibilità in un attacco che tende ad essere stagnante. Il vantaggio del fattore campo, per la prima volta appannaggio dei gialloblù, era un altro aspetto fondamentale, ponderata la concreta possibilità di una risolutiva gara-7 in casa. Dall’altra parte, i campioni in carica erano usciti indeboliti dal mercato estivo, soprattutto per via della partenza di un elemento-chiave del calibro di Mike Miller, l’uomo che consentiva a coach Spoelstra di spaziare da un quintetto classico a uno più “leggero”, variante tattica che ha sostanzialmente consegnato l’anello agli Heat l’anno scorso nella serie finale contro gli Spurs.

L’opinione diffusa è che Miami, al netto delle sottigliezze, la stia spuntando perché banalmente più forte a giocare a basket, negli uomini-franchigia e nella panchina (intesa sia come allenatore sia come riserve), ma la vicenda è un po’ più complessa. In gara-1 i Pacers sono stati bravi a evidenziare i problemi di Miami nel difendere sotto canestro, riuscendo anche a giocare a ritmi alti (da questi i 107 punti segnati) con un Hibbert coinvolto e produttivo in entrambe le fasi e un Lance Stephenson insolitamente sotto controllo, elementi che avevano scacciato il timore degli avversari e adombrato gli scricchiolii trapelati dallo spogliatoio non molto tempo addietro. Impressione di controllo che si è avuta fino al terzo quarto di gara-2, poi il black-out degli ultimi 12 minuti, senza che gli Heat facessero nulla di trascendentale se non mantenere un’invidiabile serenità, ha aperto il vaso di Pandora: perso il fattore campo, Indiana non ha saputo reagire nelle due sfide dell’AmericanAirlines Arena, con la stella Paul George impegnata a litigare con gli arbitri, il “big man” Roy Hibbert a lamentarsi dello scarso coinvolgimento offensivo e quindi poco stimolato nella metà campo in cui più si ha necessità di lui, ovvero quella difensiva. Coach Vogel, valido tecnico ma rivedibile in quanto a carisma, non ha saputo tenere in pugno lo spogliatoio. Premesso che tutte le dinamiche interne alle franchigie della lega si reggono su un filo sottilissimo, la bontà di un sistema e la chiarezza gerarchica in esso, si denota da quanto filtri dalle sacre stanze segrete, e da quella dei Pacers si carpisce davvero troppo.

LeBron ci è passato, quando si faceva irretire dagli avversari in campo e dai soloni fuori, quando il titolo assumeva sempre più la forma di una chimera, quando l’abito di perdente di successo gli calzava sempre più aderente e scomodo. Erano gli anni dei cattivissimi Celtics, i maestri del “trash talking”, capaci di mandare fuori di testa chiunque col loro modo di giocare (e di vivere) al limite delle regole, e molto spesso oltre. Molti hanno imputato a “King James” il fatto di aver saltato l’anno di college, tappa fondamentale del percorso formativo di un giocatore NBA, ma gli anni passati a prendersi gomitate, insulti e sberleffi nella meno tecnica ma più brutale Eastern Conference, sono serviti a recuperare i crediti che gli servivano e gli consentono di stare lì sornione a guardare gli altri rovinarsi con le proprie mani, in attesa di dare loro la spintarella decisiva.

Sembra quindi di rivedere i vecchi Heat in questi Pacers, e il vecchio LeBron in questo George, che ancora molto ha da studiare per diventare vero trascinatore. I suoi 24 anni fanno ben sperare e la colossale prestazione sfoderata nella prevedibile ma comunque sofferta vittoria in gara-5 di Indiana certifica il suo enorme potenziale. Miami sapeva che il tutto per tutto era da dare nella casalinga gara-6 ma, seppur con una prestazione sottotono, è andata vicino a chiuderla in trasferta, ulteriore indizio di come gli Heat abbiano la situazione sotto controllo.

Related posts

Western Rodeo

Domenico Laudando

PALLAVOLO Arzano Volley, protagonista delle premiazioni della Fipav Napoli

Redazione

“Donne Nel Pallone”, Stefan Schwoch: “Klaassen sarebbe perfetto come sostituto di Hamsik”

Redazione

Lascia un commento