13 dicembre 2018

SULPEZZO.it
opinione

“Mektoub my love – canto uno” e “La terra di Dio”, i film invisibili in sala

Spesso nei festival si sente parlare di rassegne e sezioni create ad hoc per i film passati troppo velocemente in sala, senza le giuste e doverose possibilità di visione, oppure mai arrivati in Italia. A volte li chiamano gli “invisibili” e non ci sarebbe nome più appropriato per queste pellicole. È accaduto qualche anno fa a un film inglese intitolato “Weekend”, che ha incontrato per molto tempo le resistenze dei proprietari delle sale d’essai prima di fare capolino per qualche settimana al cinema. Sarà per le tematiche affrontate o per lo scarso interesse della distribuzione, poco propensa a giocarsi la carta del film bello ma con attori semisconosciuti o ignoti ai più, succede però che alcune storie non trovino mai “casa” in Italia.

Un caso che appartiene anche al film “God’s own land – La terra di Dio, uscito a maggio in pochissime sale e sopravvissuto forse qualche giorno in meno dell’ultimo di Kechiche, “Mektoub my love – canto uno”, sparito dal raggio radar già ai primi di giugno. Eppure si tratta di film d’autore importanti che meriterebbero maggiori chance almeno con gli spettatori, se non vogliamo focalizzarci sul risultato al botteghino. L’ultima fatica di Kechiche è un inno all’estate, ai suoi colori, ai profumi del cibo in famiglia e ovviamente all’amore, quello consumato di corsa nel rapporto esplicito di inizio film (è pur sempre il regista de “La vie d’Adele”), e quello nascosto, segreto, incapace di esprimersi o esporsi appieno. La timidezza del protagonista, su cui il regista proietta voyeuristicamente le sue memorie giovanili, gli impedisce di vivere appieno e di lanciarsi senza freni, limitandosi a osservare in spiaggia, a chiacchierare con l’amica del cuore e ragazza dei suoi sogni. Lirismo e poesia nelle riprese notturne che il ragazzo effettua, da bravo amante e studente di cinema, al parto degli ovini in campagna, la terra mediterranea che sa di antico e moderno, in Francia come anche in Italia.

Bisognerà aspettare la seconda parte, il “canto due”, per sciogliere i dubbi e le incertezze sul futuro di Amin, mentre non c’è più l’opportunità di recuperare ormai in sala “La Terra di Dio”. La struggente storia di Johnny Saxby, pastore inglese che trascorre le giornate a spezzarsi la schiena nella fattoria di famiglia, sperduta nel Nord agricolo dell’Inghilterra, in una solitudine e desolazione brutali. I suoi unici sfoghi sono le sbornie notturne nel pub locale in cui incontra gli amici trasferitisi in città, e in cui è solito concedersi del sesso occasionale coi ragazzi. Questa monotonia esistenziale trova però in un affascinante ragazzo romeno, il “gypso” giunto ad aiutarlo data la malattia del padre, una via d’uscita e un briciolo d’amore e passione. L’approccio non è dei migliori, la diffidenza, forse reciproca, impedisce di lasciarsi andare subito al sentimento, però da quell’incontro la vita di Johnny prenderà una piega inaspettata. Complici i paesaggi rurali e l’attività della pastorizia, questo film potrebbe rimandare l’idea immediatamente a un classico del cinema lgbt, “Brokeback Mountain”, e c’è persino una scena, quella della toeletta del ragazzo rumeno, che a tratti ricorda nell’inquadratura un passaggio importante del capolavoro di Ang Lee. Ma si tratta solo di una citazione forse affettuosa, poiché la narrazione prende una piega completamente diversa e il conflitto, che nel film di Lee era nella società e nella famiglia, qui si esprime nell’infedeltà e nell’incapacità di costruire un rapporto vero, maturo, adulto. Forse per paura, troppa emozione, il protagonista non riesce ad andare inizialmente oltre l’attrazione sessuale (le scene forti e di nudo non mancano affatto, anzi) e si troverà a dover fare i conti con se stesso, i suoi desideri e la vita che vorrebbe. Gemma Jones si ritaglia un ruolo di contorno eccezionale, una nonna eloquente negli sguardi senza dover proferir parola, soprattutto dopo la scoperta dell’affaire tra i due ragazzi. Il film, presentato in numerosi festival internazionali, ha vinto il Premio per la Miglior Regia di Film Drammatico al Sundance Film Festival 2017, il Premio BIFA come Miglior Film Britannico 2017 e all’Edinburgh International Film Festival 2017. Una bella soddisfazione per il regista che ha vissuto in prima persona la negazione del suo sogno di diventare tale a causa del lavoro che lo costringeva nella fattoria di famiglia. Le immagini finali poi sui contadini di un tempo sono di una bellezza unica, un doveroso omaggio al passato di ogni nazione, alle sue tradizioni e a un mondo che è ormai perduto perché non c’è nessuno che voglia ricordarlo. Eccezion fatta per le operazioni cinematografiche di questo tipo.

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