4 Dicembre 2022

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Manute Bol, ‘The Lion Killer’

«Primo commento quando lo vedi muoversi su un campo da basket: è l’uomo più alto e più magro che io abbia mai visto finora; il secondo: wow».

Leigh Montville, editore capo di ‘Sports Illustrated’, descrive così nel suo ‘The center of two worlds’  il sudanese Manute Bol, personaggio centrale di unadelle storie più singolari dalla lega basket americana , fucina di aneddoti, a tratti inverosimili, come nessuna al mondo.

231 cm e stazza da stickman (solo 100 kg), Bol nasce e cresce in un villaggio Dinka nel sud Sudan, in una famiglia i cui membri di scendere sotto i 2 metri d’altezza proprio non ne vogliono sapere. Quando non bada al gregge si cimenta nel calcio in cui, eufemisticamente detto, non eccelle. A 16 anni scopre uno sport dove l’altezza costituisce un dettaglio non di poco conto: il basket. Lascerà il segno nello sport non prima che questo ne lasci uno su di lui: alla sua prima partita, impegnato in un tentativo di schiacciata, si frantuma i denti contro il ferro.

Circa due anni dopo le strade di Manute e di Don Feeley, scout statunitense in cerca del cavallo giusto nella stalla (apparentemente) sbagliata, si incrociano. L’occasione si presenta a un incontro con la nazionale sudanese. A Don il ragazzone piace, a tal punto che lo porta con sé oltreoceano.

Il personaggio non passa inosservato, sfido chiunque a non notarlo, e complice l’analfabetismo che gli impedisce perfino di giocare nella squadra collegiale. Ah si, da quelle parti puoi anche essere Chamberlain e Jordan in un corpo solo, ma se non hai una media scolastica sufficiente la palla a spicchi te la fanno vedere solamente dalla tribuna. L’ambientamento è più arduo del previsto. Solo al terzo anno un sostanziale miglioramento nei voti gli consente di disputare il campionato NCAA, storica vetrina e trampolino di lancio per giovani talenti che puntano al professionismo.

L’ilarità e lo scetticismo che accompagnano il suo passaggio a Bridgeporte College, Connecticut, lasciano presto il campo a prestazioni dominanti suffragate da cifre irreali: 22,5 punti,13,5 rimbalzi e 7,1 stoppate a partita che attirano l’attenzione di diverse franchigie NBA. Pregiudizi, stavolta di natura tecnica e caratteriale, gravano sulle sue spalle, e si traducono in una scelta alta al draft. Viene infatti selezionato solo al secondo giro, oltre la trentesima posizione, dai Washington Bullets, che nello stesso anno ingaggiano il giocatore più alto della storia (Manute) e quello più basso, tale Muggsy Bogues da Baltimora, 158 cm di puro funambolismo. La mossa non è certo libera da scopi pubblicitari, tant’è che i due compaiono spesso insieme su copertine di vari magazine sportivi.

L’impatto emotivo di Bol è sorprendentemente positivo, d’altronde di parallelismi tra la giungla africana e il mondo NBA se ne trovano, vuoi per la porzione di campo che lo vede impegnato (stoppare e strappare un rimbalzo sotto canestro ti espone a percosse di una certa entità), vuoi per il fatto che si tratta di una lega prevalentemente nera, ed essere uno che proviene da un contesto di dilaniante guerra civile e che una volta ha ucciso un leone con una lancia per difendere il gregge vuol dire essere uno del ghetto, un ghetto con qualche animale e un po’ di sabbia in più, ma pur sempre ghetto. E meriti rispetto.

La sua stagione da rookie è praticamente devastante, ma solo nella metà campo difensiva. Tutt’oggi, infatti è, numeri alla mano, il secondo miglior stoppatore di sempre, capace di rispedire al mittente quattro tiri in una singola azione difensiva. Meravigliose le immagini di lui che becca gomitate e spallate da avversari molto più piazzati, accusa i colpi, indietreggia, ma che quando va in piena estensione alare rimanda al mittente ogni cosa capiti nel suo raggio visivo. I Bullets decidono di cederlo per la sua inefficienza offensiva: Manute non segna mai e non porta blocchi di qualità, per questo viene spedito al sole di San Francisco, ai Golden State Warriors, allenati da quel Don Nelson che lo utilizzerà in modo quantomeno particolare.

Ecco, diciamo che il buon vecchio Don sia per idee cestistiche, sia per le sue esternazioni fuori dal parquet, non è mai stato un tipo convenzionale, e il fatto che spedisca Bol a giocare dietro la linea dei tre punti ne è la conferma, nonostante la derisione degli addetti ai lavori e non. Fatto poco usuale per un lungo all’epoca, impensabile per un centro di 2,31, la mossa del coach ottiene i risultati sperati solo in parte, perché Manute qualche tripla la infila, ma per caratteristiche non può proprio farlo quel lavoro per molti minuti, se non in stato di emergenza del roster. Con gli anni, però, la trovata assumerà un clamoroso valore storico, in quanto antenata variante del concetto di ‘’spread the floor’’ (letteralmente ‘’allargare il campo’’), su cui si basa buona parte dei playbook offensivi degli allenatori odierni, con l’intento di far partire l’attacco con i propri lunghi dietro l’arco per attirare fuori quelli avversari e liberare l’area per i penetratori.

Quando in casa Warriors si rendono conto che da perimetrale, Bol, che nel frattempo in difesa faceva ancora la differenza, non impauriva nessuno, termina l’avventura in gialloblù e parte quella nella città dell’amore fraterno: Philadelphia.

La stella del sudanese è ai suoi massimi con i 76ers ma il suo bagliore va pian piano scemando. Le ginocchia cedono, succede nella lega che più di tutte ti toglie in energia quanto ti rende in notorietà. Gli ultimi anni sono caratterizzati da qualche cameo con la maglia di Miami, e dai brevi e impalpabili ritorni nelle sue tre precedenti squadre, fortemente condizionati da indicibili dolori.

Nel 1996 sbarca in Italia, a Forlì. O meglio in Italia ci arriva il personaggio Manute Bol, osannato da pubblico e stampa, che lo vedrà però in campo solo per due fugaci apparizioni. La palla color arancio è ormai il passato e la fine della sua carriera coincide con l’inizio di una serie di eventi sfortunati: dapprima viene accusato di aver sovvenzionato tribù guerrigliere sudanesi, fatto mai accertato; poi una serie di investimenti poco brillanti ne guastano l’immagine e il patrimonio.

Decide di tornare nella sua seconda casa, nel Connecticut, ma non prima che il governo sudanese gli confiscasse il passaporto e che vivesse un periodo a El Cairo, dove istituì una scuola di basket (fu suo allievo Luol Deng, oggi ala piccola dei Miami Heat). Spende gli ultimi anni della sua vita, e molti dei suoi soldi, in aiuti umanitari destinati ai sud sudanesi, prima di spegnersi il 19 giugno 2010, all’età di 47 anni, consumato da un male al fegato.

Pianto da tutti, ma da un compagno più degli altri, il suo migliore amico nella lega: Charles Barkley, personaggio passato alla storia non certo per la sua diplomazia, che dirà di lui: «All’allenamento, tutte le mattine, ero abituato a prenderlo in giro. Anche lui si prendeva gioco di me e Rick Mahorn e dei nostri posteriori. Manute è stato il ragazzo più divertente con cui abbia mai avuto il piacere di giocare. Scherzava sempre. Mai serio. Ed era grande». Negli anni si è “guadagnato”, da qualche scettico mai ravveduto, il poco elegante appellativo di “the worst player in the NBA”. Ma cosa volete che importasse a uno che ha spodestato il re della giungla, il centro dei due mondi. Manute Bol, Dinka pride.

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