La formazione del nuovo governo Renzi è stata la principale novità che ha caratterizzato la politica italiana nelle ultime settimane. Il terzo governo in tre anni, anch’esso nato senza aver ottenuto un pieno mandato elettorale. Il terzo governo nato da una crisi parlamentare e gestito congiuntamente con la volontà del Presidente della Repubblica. Lo stallo vissuto nell’ultima fase del governo Letta sembra essere stato superato con una resa di conti all’interno del Pd. Certo, Letta non poteva andare ancora avanti a lungo senza un nuovo governo e senza dichiarare una crisi formale. Renzi ha abilmente sfruttato la debolezza dell’”amico” Enrico, aprendosi così la strada per Palazzo Chigi. Ben venga, a mio avviso, una “scossa” di cui il paese ha assolutamente bisogno, ma adesso l’ex sindaco di Firenze deve assolutamente indicare delle priorità e come portarle avanti, soprattutto da dove prendere i soldi per tagliare il cuneo fiscale sul lavoro dipendente.
Il discorso fatto alle Camere era sì pieno di ottimismo e pieno di ambizione, cosa certamente lodevole, ma troppo impegnato di una retorica da campagna elettorale per le primarie del PD, dando l’impressione che Renzi non ha compreso politicamente la differenza tra essere segretario del PD e presidente del Consiglio. La vera emergenza resta il lavoro e come attrarre investimenti dall’estero. La nomina dei sottosegretari insieme a quella dei ministri testimonia che la scelta fatta ha completamente abdicato lo spirito della “rottamazione”. Il compromesso e la mediazione hanno trionfato sulla qualità, parametro fondamentale per giudicare la credibilità di un governo che ha l’ambizione di cambiare l’Italia. Renzi dovrà faticare, e non poco, per guadagnarsi la fiducia del Paese che per adesso stenta a credere che la sua non sia stata solo una manovra di palazzo. L’idea di una riforma al mese, confrontata con l’ambizione di far durare la legislatura fino al 2018, non può non diventare semplicemente uno dei tanti slogan che spesso abbiamo sentito durante la seconda repubblica. Sarà possibile varare a partire da marzo 2013 fino a febbraio 2018 ben 47 riforme?
Tutto cambia affinché nulla cambi. Il PIL e il tasso di disoccupazione restano i soli e unici indicatori con i quali fare i conti oltre la finta retorica della rottamazione.

