9 Luglio 2020

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LeBron James, il ritorno del cavaliere

“I’m coming home”: cronaca di un ritorno annunciato.

I romantici del basket non attendevano altro che questa notizia: “King James” torna ai Cleveland Cavaliers dopo quattro anni, con un contratto biennale da 42 milioni di dollari.

Ai tempi di “The Decision”, in quell’estate 2010 dove abbracciò la causa dei Miami Heat in pieno stile NBA, sarebbe a dire con tanto di diretta televisiva su emittente nazionale, la rabbiosa (eufemisticamente detto) reazione della gente di Cleveland non dovette suscitare grossa sorpresa in LeBron James. D’altronde nell’Ohio ci è nato e cresciuto, in quella Akron che, in proporzione, vive lo stesso, intenso sentimento di identificazione della comunità nei suoi eroi sportivi della città bagnata dal lago Erie. Si parlava di “The Chosen One”, l’uomo che i Cavaliers aspettavano da una vita e le cui gesta rimbalzavano in ogni angolo degli States fin dalla tenera età.

Nel 2003 entrò nella lega e la rivoluzionò, portando sul parquet un repertorio di abilità che in un corpo solo non si erano mai viste prima. Questo gli fruttò una pioggia di riconoscimenti individuali ma nessun anello, con l’etichetta di magnifico perdente, fluttuante e pronta ad adagiarsi sulla sua fronte. Tutto stava diventando troppo, il numero di detrattori aumentava e ai tifosi non bastava più assistere a inebrianti saggi di bravura, volevano la rassicurazione del titolo, allora sì che avrebbero potuto urlare: «Il nostro è il più forte di tutti!». La verità risiede nel fatto che, nei suoi sette anni di militanza con la 23 in maglia Cavs’, la dirigenza non è mai stata in grado di corredarlo di compagni e allenatori capaci quantomeno di farsi portare per mano a un successo solo una volta avvicinato nel 2007, in una finale strapersa contro gli Spurs. La faccia LeBron non l’ha mai nascosta, ma vedere la sua immagine fare il giro del mondo mentre lui rimaneva lì a sobbarcarsi speranze e frustrazioni della sua gente (come se quelle personali non fossero abbastanza) l’ha provato a tal punto da forzarlo a tagliare i ponti, e non a caso scelse il sole di South Beach che offre qualche quei due o tre divertimenti extracestistici in più rispetto alla sua Cleveland.

La forza d’urto degli insulti provenienti dall’Ohio (e non solo) ancora lo destabilizzavano al primo anno con Miami dove, anche se coadiuvato da stelle del calibro di Wade e Bosh, non colse il successo, ma arrivarono i due consecutivi, da protagonista pienamente consapevole dei propri mezzi, per inciso pressoché illimitati. Nel suo ultimo anno di contratto con gli Heat ha raggiunto e perso, senza troppe recriminazioni, le Finals contro San Antonio e questo ha fatto pensare a un capitolo non ancora esaurito nel team di Pat Riley.

In tutto questo tempo trascorso lontano da casa il pensiero di un conto aperto da saldare non ha mai abbandonato James. I Cavaliers non hanno più centrato i playoff dalla sua partenza e la società è apparsa indecisa su quale strada intraprendere: imbandire la tavola per il sognato ritorno o stilare un progetto tutto nuovo? Per il secondo anno in fila la franchigia di Dan Gilbert ha avuto la possibilità della prima chiamata al Draft, selezionando l’astro nascente Andrew Wiggins da Kansas, grande promessa ma pari ruolo di Lebron, quando sarebbe stata più logico virare su un lungo che completasse il reparto più debole di Cleveland. Anche la scelta di un coach come David Blatt, che ha vinto in Europa ma è alle prime armi a livello NBA, sembrava suggerire una resa nella corsa al campione. Tanti indizi che non riuscivano a formare una prova, fino a che è giunta, tramite Sport Illustrated, la lettera del nativo di Akron, Northeast Ohio, a dipanare la matassa. Si è fatto le ossa, lo dimostra anche nelle modalità dell’annuncio, discreto e affettivo, che stridono con l’indelicata pomposità di quell’estate 2010. Nessuna altisonante dichiarazione d’intenti, la famiglia davanti ai titoli, ma al contempo la volontà di regalare una gioia mai provata prima a una comunità prevalentemente operaia, in una squadra dove non sarà più il solo a tirare la carretta. Ricucito il rapporto con il proprietario che gli aveva rivolto epiteti non riportabili alla decisione di lasciare, la città è già in festa e le casacche bruciate allora risorgeranno dalle proprie ceneri. resa nella corsa al campione provata prima a una comunità prevalentemente operaianamente consapevole dei suoi mezzi pressochè e nazionalevato da stelle del calibro di Wade e B

 

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