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La storia di un simbolo Nazionale Andrea D’Oria

Il giorno 10 febbraio 2024, presso la FONDAZIONE ANSALDO, Andrea Murdock Alpini ha presentato il volume “ANDREA DORIA – Un lembo di Patria” (Ed. Magenes), opera da lui scritta che ripercorre la storia della Turbonave, orgoglio della marineria italiana e simbolo della rinascita nazionale dopo la Seconda Guerra Mondiale.

La presentazione di questo libro rappresenta anche l’occasione per commemorare il cinquantacinquesimo anniversario della prima discesa sul relitto da parte di una troupe italiana, guidata da Bruno Vailati, regista documentarista, e composta da Mimì Dies, Arnaldo Mattei, Al Giddinds e Stefano Carletti. Prima di procedere con la stesura, desidero prendere un momento per riordinare i miei pensieri, poiché questa occasione ha risvegliato in me una serie di ricordi che, come spesso accade, erano stati relegati all’oblio e improvvisamente sono riemersi, in perfetta sintonia con la dedica che Andrea ha scritto sul libro che ho acquistato. Questo mi ha spinto a recuperare una vecchia foto dalla famosa ‘scatola dei ricordi’.

1956, anno in cui avvenne la tragedia, ero stato in visita sull’ANDREA DORIA e questa foto con mio padre, dipendente Ansaldo, mi ritrae sul Ponte Belvedere della Turbonave con alle spalle l’imponente fumaiolo e sullo sfondo le colline di Genova

Il 25 luglio, alle 23:10, al largo dei banchi di Nantucket, avviene l’impatto con la SS Stockholm e il giorno successivo si verifica l’irreparabile, come riportato da Guido Badano sui suoi appunti dalla scialuppa 11, alle “Ore 10:15 a fondo”. L’Andrea Doria non c’è più.
Ricordo ancora vividamente che alla notizia dell’affondamento, tutte le sirene dei Cantieri Navali di Sestri Ponente si misero a suonare e gli operai scesero in riva al mare, molti in lacrime, per ricordare quella che era stata chiamata l’ottava meraviglia del mondo e che era nata proprio su quel varco e grazie al loro lavoro.

ANDREA DORIA – Un lembo di patria” è uno di quei testi che non si lasciano se non quando si è giunti all’ultima pagina e, soprattutto, quando si è terminato, si riprende dalle prime pagine per riviverlo, per assicurarsi che, durante la prima lettura, non sia sfuggito alcun particolare curioso o annotazione storica importante.

L’autore riesce a trasmettere al lettore i sentimenti che lo hanno guidato ad immergersi due volte sull’Andrea Doria e a pianificare un altro ritorno. È possibile visualizzare, mentre si spazzolano via gli anemoni marini, le lettere che formavano il nome sulla poppa della nave o avventurarsi in una delle piscine, guardare attraverso gli oblò o toccare la possente ancora fino al momento della posa del piatto commemorativo nel punto d’impatto della prua della Stockholm.”

Bando ai ricordi e torniamo allo scopo iniziale: apprestarci alla lettura di un testo che rievoca una vera tragedia della marineria italiana potrebbe trattenere il lettore nel timore di trovarsi di fronte a una semplice elencazione di fatti, morti e, come è accaduto per l’Andrea Doria, a un susseguirsi di rimpalli di responsabilità, cause e concause non ancora del tutto sopite dopo quasi settant’anni.

Invece, è necessario riconoscere la superba capacità dell’autore, Andrea, di miscelare in dosi perfette la storia di una nave e delle vite che ha risparmiato o portato con sé, con l’avventura personale di colui che si è avvicinato a un monumento della storia vissuta, condividendo con il lettore i sentimenti provati prima, durante e dopo le immersioni sul relitto.

Una delle storie più toccanti è quella dei coniugi Peterson, che alloggiavano in una delle cabine speronate. Lui, incolume, tenta per ore di estrarre la moglie Marty dalle lamiere contorte, sin quando lei non gli sussurra “Oh Darling, I think I am going” (Oh caro, io penso che sto morendo), e lui, rivolto ai soccorritori, annuncia: “Marty’s dead” (Marty è morta). Quando gli viene chiesto se vuole con sé il corpo della moglie mentre sta per salire su una scialuppa, lui decide di lasciarlo a bordo dell’Andrea Doria, dove ancora oggi riposa.

Un’altra storia incredibile è quella della giovane Linda Morgan, passata alla storia come “Miracle Girl”, che dormiva nella cabina 52. Qui morirono il padre e la sorellastra, mentre la madre rimase ferita. Linda si svegliò nel suo letto, ma all’interno della prua devastata della Stockholm.

Numerose sono le storie e gli avvenimenti raccolti da Andrea dagli archivi della Fondazione Ansaldo, che ha saputo riportare nel suo lavoro. Riesce a stupire e coinvolgere il lettore, il quale, giustamente, troverà nella lettura di questo libro un’esperienza straordinaria e toccante, ricca di emozioni e di storia da scoprire e godere.

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