20 Maggio 2019

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opinione

La fine dell’«effetto» Renzi

Non sembra terminata la stagione nella quale le leadership politiche di sinistra si consumano in poco tempo.

A poche settimane di distanza dalla elezione di Matteo Renzi a segretario del Pd, l’effetto generato dal suo significativo successo (oltre il 60% dei consensi alle primarie del PD) si è già, del tutto o in parte, esaurito, soprattutto perché il neosegretario non è riuscito a programmare obbiettivi chiari.

A Renzi la retorica non manca, ma anche per un comunicatore abile come lui non è facile ammettere il passaggio da rottamatore a semplice leader.

I contrasti all’interno del suo partito, alimentati dagli oppositori, aumentano di giorno in giorno e, dopo le dimissioni del sottosegretario all’Economia, Stefano Fassina, ora anche il neopresidente Gianni Cuperlo sembra pronto a lasciare. Ma stavolta il «chi è?», rivolto con tono deplorevole anche Cuperlo, rischia di provocare forse un danno irreparabile al Pd.

Il partito inizia a manifestare insofferenza per gli atteggiamenti arroganti e superficiali. Renzi, però, appare irrispettoso delle minoranze, al punto da far temere una scissione che metterebbe in serio pericolo la consistenza del Pd. Inoltre parole come “accelerare, fare presto”, sono interpretati dalla base come slogan privi di risultati concreti. Certo non un buon avvio per chi, come Renzi, ha fatto della concretezza un cavallo di battaglia per spazzare via un intera classe dirigente.

Renzi sta dimostrando di non avere capacità di leadership. Non è chiaro l’atteggiamento nei confronti del governo Letta, né quale sarebbe la soluzione per migliorare l’azione dell’esecutivo. La sua giravolta su giudizi, opinioni e proposte da offrire a Letta comincia a stancare i gruppi parlamentari democratici. La vera priorità per il sindaco di Firenze resta stranamente la legge elettorale, che getta un’ombra lunga sulla durata del governo in carica, come se la priorità per il Paese, che vive una travolgente crisi economica, fossero le elezioni anticipate.

Non ci è dato ovviamente sapere nel caso di elezioni e di vittoria del centrosinistra quale sarà l’innovazione o il valore aggiunto del nuovo segretario democratico rispetto ai programmi realizzati finora. La proposta del job act, tuttavia, come una pietra lanciata in uno stagno, ha già smesso di fare notizia. Il pressing sulla legge elettorale, inoltre, ha fatto dimenticare a Renzi l’impegno, preso con i militanti del Pd, sul ripristino delle preferenze e sul taglio netto, pari a due miliardi di euro, dei costi della politica.

Ma è stato l’incontro con Silvio Berlusconi a dare in maniera inequivocabile il senso della fine dell’”effetto Renzi”. Il leader del PD ha sempre condannato gli “inciuci” dei suoi predecessori con il signor B. – dalla bicamerale di D’Alema al governo delle larghe intese – e ora rende il cavaliere una figura indispensabile in questa fase politica di transizione, restituendogli una luce nuova che negli ultimi tempi si era inevitabilmente sbiadita a causa delle sue vicende giudiziarie. Riportarlo in pista e offrirgli la possibilità di mettere la propria firma sulla nascita della terza repubblica è un regalo elettorale fatto al centrodestra, che trasforma di fatto il Renzi il “rottamatore” in un semplice leader della sinistra italiana degli ultimi anni.

Per il resto staremo a vedere, certo è che dopo due mesi la sua ambizione ha cancellato del tutto o in parte l’immagine nella mente degli italiani di Renzi «bravo ragazzo».

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