L’Instrumentum laboris è il testo base per il sinodo sulla famiglia, che si terrà dal 4 al 25 ottobre 2015 in Vaticano
Presentato ieri, include tanti importanti temi: si parla di divorzio e di omosessualità ma non di aborto. Il Sinodo, infatti, ribadisce con forza il suo “No” su aborto e eutanasia. Facciamo un passo indietro.
Dopo decenni di silenzio il 22 maggio 1978 la legge 194 ha eliminato l’articolo del codice penale che considerava l’aborto come un delitto contro l’integrità e la sanità della stirpe. Ma, evidentemente, la famosa legge n.194 resta ancora un infinito vincolo e limite. La donna non è ancora libera di decidere totalmente del proprio corpo.
Con il tema dell’aborto la donna ha mostrato in arena, sin dagli anni settanta, la parte più intima e privata del proprio essere. Ma come si parla di emancipazione se quest’ultima non può essere libera di scegliere serenamente se avere un figlio o interrompere una gravidanza? Lo slogan “My body my choice” – come lo slogan “My body my rights” di Amnesty International – indica esattamente questo: essere donna significa avere consapevolezza del proprio corpo e poter fare le cernite più idonee seguendo esclusivamente la propria individualità; senza dover temere l’opinione e il giudizio altrui.
Sono tanti i passi in avanti della Chiesa, senza dubbio. C’è una maggiore apertura ed elasticità verso “il differente”, ma l’altro sesso è, probabilmente, ancora vittima di troppi pregiudizi in tale società. Ne è un esempio la gravità di pensiero espressa al Family Day – tenutosi lo scorso 20 giugno a Roma – dallo spagnolo Kiko Argüello, uno dei fondatori del Cammino neocatecumenale. Argüello, come riportato da diversi fonti di stampa, ha brillantemente esposto la sua tesi in merito ai femminicidi: è colpa delle mogli che abbandonano il marito. Cioè, un pensiero medievale – in confronto – è logico e avanguardistico. Se un femminicidio è giustificato da banali e riprovevoli considerazioni significa che, effettivamente, il tempo della parità è lontano anni luce, soprattutto in Italia.
Triste, se si considerano i 35 anni di proteste e urla da parte di generazioni di donne che, in piazza o nel privato, hanno lottato e lottano affinché fossero e siano solo rispettati i propri diritti. Perché – e questo è il fulcro del paradosso – del corpo di una donna non può (e non deve) scegliere un uomo o un’Istituzione.

