13 Novembre 2019

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“Gli strani giorni di NOInessUNO”, la lunga seduta di analisi di Franco Giaffreda

Il disco “Gli strani giorni di NOInessUNO” sembra una lunga seduta di analisi. L’autore, Franco Giaffreda, pare chiudersi con il proprio pubblico in un’ipotetica stanza, per parlare di sé. Lo fa nella maniera più sincera e trasparente, mettendo a nudo quelle che sono state le sue recenti fragilità, la sua amarezza per qualcosa che non è andato per come si voleva e ci parla di una solitudine non dolorosa, ma quasi curativa a cui ora si sta abbandonando. Chiaramente non sappiamo se il personaggio che vive tutto questo è lui stesso o una sua proiezione sublimata, di certo questo lavoro ci mette dinnanzi ad un interrogativo preciso: perché si fa un disco oggi?

Inizio col dire che era da tanto che non ascoltavo un disco così tecnicamente ben fatto. Ottima la ripresa dei suoni. Ottimo il mixaggio. Ottima la tecnica compositiva ed esecutiva dell’autore. Eppure dopo l’ascolto mi rimane difficile capire le ragioni intrinseche di un disco così concepito. E’ talmente vero e trasparente l’intento “sativo” di questo lavoro che sfocia quasi nell’autocompiacimento il suo portarci nella sfera dell’Io Narrante. Questo finisce inesorabilmente con lo stridere rispetto al momento che vive la musica italiana, diventando così un disco “sbagliato” e “fuori tempo”. La cosa non necessariamente è un difetto, tutt’altro, ma allora bisogna spingersi oltre. Allora si torna alla domanda di partenza: perché fare un disco oggi? Per venderlo? Per esigenza personale? Per bisogno di raccontarsi?

Tutti noi dobbiamo capire che fare un disco oggi ci pone davanti ad un bivio. Vendere o narrare?

Mi pare chiaro che Giaffreda si sia posto questo interrogativo ed abbia scelto la strada della narrazione. Ma allora si pone il problema del linguaggio. Immediatamente, in questo ambito, la parola assume un peso specifico diverso, DEVE averlo, e le rime baciate di cui sono infarcite le 14 tracce che lo compongono (per la verità ci sono anche momenti strumentali) forse diventano insufficienti. Ed è questo il vero focus che ho dovuto affrontare per recensire questo cd. Da un lato c’è la parte “orchestrale”, ottima, monumentale, seppur con qualche ingenuità espressiva. Dall’altro riscontro liriche insufficienti all’intento del disco stesso.

Nella traccia d’apertura “Corri con i pensieri” questa dicotomia ci pare lampante. La canzone parte con un bel tempo ostinato che mi richiama alla mente “E’ Festa” della Premiata Forneria Marconi. Il brano è chitarristicamente esemplare ed anche il tentativo di modernizzare, inserendo suoni elettronici, un genere un po’ datato pare estremamente ben riuscito. Nutriamo dubbi solo sull’estrema sincerità narrativa del testo che, come per tutto il disco, finisce per sembrarci un po’ “Naif”. Per carità, Vasco Rossi ne ha fatto il suo cavallo di battaglia e cantando cose a volte persino fuori metrica ha fatto le sue fortune. Eppure continuo a pensare che, alle volte, avvalersi di un autore esterno per esprimere ciò che si vuole dire, potrebbe essere la via più giusta per generare capolavori.

Ad ogni modo il pezzo si fa apprezzare e ci porta nel pieno del caleidoscopio di suoni di cui si compone questo disco. Pare di stare in una di quelle gelaterie che propongono mille gusti. La difficoltà è solo scegliere quelli giusti per sé.

Nel secondo pezzo, “In un vortice di eventi” si apprezza l’atmosfera “on the road”. Audace, ma ben riuscito, l’ assolo vagamente alla Santana. Tutto molto divertente e ben fatto.

Spiazzante è la terza composizione. Un breve strumentale che personalmente avrei usato come intro o come chiusura.

Il brano che segue, “Domande”, palpita di un basso davvero interessante. In stile Pete Trewavas, sostiene la ritmica non senza grazia melodica, mentre la voce si danna un po’ alla Gaetano Curreri.

Anche “Viaggiando lontano” rimane sospeso tra i Marillion e gli Stadio, soprattutto per ciò che concerne le chitarre che richiamano il suono di Rothery o a Portera quando gli conviene fare un po’ il ruffiano (e lo dico con tutto l’affetto del mondo perché io a Ricky voglio davvero un sacco di bene).

Nel sesto brano, “Anime di latta”, viene fuori una bella sonorità graffiante, che quasi arriva a lambire le sonorità “milanesi” alla Afterhours. Peccato, mi tocca ribadirlo, un testo che ho trovato, personalmente, davvero disastroso. A volte, una metafora, quando si fa canzone di protesta, diventa eleganza e in questo brano, ahimè, non ve n’è traccia.

Fortunatamente arriva il bellissimo riff di chitarra della settima “Ladri di sogni”. Un bel riffone alla Ritchie Blackmore. L’unica perplessità di questo brano mi viene dall’uso del flauto. Ma alle volte un po’ di incoerenza stilistica dà colore alle cose ed in fondo il mondo dell’ hard rock tante volte ha confinato col prog. Not bad.

Il disco poi scorre come un fiume in piena. L’alternanza di brani alla Van Morrison (quello di Moondance) e goth ballads compongono una strana “concept-combo” (Dormiveglia-Incubo Notturno-Prima del risveglio-Ballata di nessuno-Alba interiore). Praticamente un ep tematico all’interno dell’album. Curiosa scelta, ma interessante.

Il disco arriva alla sua conclusione con la quattordicesima traccia. L’ottimistica “Ricominciare ad essere”. L’autore si congeda dal suo pubblico. La terapia pare aver avuto il suo buon influsso. L’autore ha ora tutte le risposte che cercava ed il suo inconscio pare pronto a voltare pagina, finalmente con animo sereno.

L’interrogativo di chi vi scrive è ancora più forte: “Perché si fa un album?”

Forse con questo lavoro, Franco Giaffreda ce lo ha insegnato, qualunque sia stato o ne sarà poi l’esito artistico. Si fa un album per sedare i propri demoni. Si fa un album per raccontare e raccontarsi. Per dare e darsi nuove speranze. Per guarire dalla propria difformità di musicista. E in questo, l’autore, non possiamo dire che non sia riuscito.

Link per lo streaming su Spotify: https://open.spotify.com/album/1L6521lBxXeIZFZwOROvlX

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