15 Luglio 2019

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Fermi da vent’anni

Il ventesimo anniversario della discesa in campo di Silvio Berlusconi con la prima Forza Italia evoca, come tutte le celebrazioni, bilanci e riflessioni. Mettendo da parte la crisi economica mondiale che costringe il nostro Paese ad essere classificato tra le peggiori economie europee, il tema di oggi resta l’incapacità di governo o, meglio ancora, la necessità una governance capace di progettare soluzioni di ampio respiro.

L’aver assistito in questo ventennio ad una impossibilità di rinnovamento nella guida del centrodestra e a una eccessiva debolezza nelle leadership del centrosinistra è la testimonianza più evidente di un Paese fermo. Il susseguirsi di maggioranze, larghe intese, di governi del presidente e accordi per leggi e riforme istituzionali mai approvate, mettono in evidenza che la nostra inadeguatezza a superare la crisi con un modello di crescita competitivo deriva non da elementi formali, come potrebbe essere l’approvazione di una legge elettorale, ma da caratteri sostanziali.

Indifferentemente dalla coalizione uscita vincitrice dalle elezioni politiche, tutte più o meno hanno fallito in questo ventennio l’obiettivo più importante: l’approvazione di riforme strutturali su Istruzione e Ricerca, mercato del Lavoro, Sanità, Trasporti, superamento del divario tra Nord e Sud.

A differenza di ciò che è avvenuto in Italia, le forze politiche degli altri paesi europei, come Spagna, Francia, Inghilterra e Germania, si sono misurate in una competizione che ha risollevato gli indicatori di crescita e competitività, che da noi rimangono negativi. A questo si aggiunge la polverizzazione della cultura politica che ha segnato la storia della prima repubblica.

Siamo l’unico Paese dove i leader dei partiti si definiscono post-ideologici, un altro evidente segnale, questa volta non economico, della nostra incapacità di essere davvero vicini all’Europa. Ovunque nel vecchio continente esistono categorie politiche come conservatori, riformisti, socialisti, popolari, liberali. Esistono partiti dalle tradizioni secolari come ad esempio quello socialista tedesco (Spd), che dalla sua fondazione (1875) non ha mai cambiato nome o simbolo. Forza Italia e Pd sembrano il surrogato di culture politiche, inadeguate a dare vita ad una competizione reale fondata su programmi e leadership, ma capaci solo di confrontarsi con slogan e colpi di scena.

La legge elettorale che occupa da diverse settimane il dibattito politico è un significativo avviso di quanto sia vecchio il nostro Paese, indipendentemente dall’età dei nostri leader. Inadeguata è la risposta offerta nell’individuare delle priorità che vadano al di là della semplice autoconservazione delle classi dirigenti. Inadatte sembrano le condizioni per indirizzare l’Italia verso obiettivi capaci di reggere il peso di un mondo sempre più globalizzato e competitivo.

L’attuale dibattito disegna in modo indelebile un paese a due velocità. Da una parte un il paese legale e dall’altra il paese reale, sempre più affannato e privo di prospettive. In vista delle europee, che questa volta tutto sembrano tranne che elezioni “secondarie”, la nuova Forza Italia e il Pd farebbero bene a parlare di contenuti ai loro elettori sempre più attratti dal vortice dell’astensionismo e dal populismo di Grillo. Senza contenuti la politica parla solo di se stessa e a se stessa; destinata a cedere il passo all’epilogo di un Paese fermo.

Berlusconi e Renzi sembrano due facce delle stessa medaglia, sembrano parlare ad un paese fermo al ’94, ma ad essere cessati non sono solo i benefici economici che ereditavamo dagli effetti positivi del boom economico di qualche decennio prima, soprattutto è terminata la pazienza dell’attesa.

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