9 Agosto 2022

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cultura

Enzo Moscato, Archeologia del sangue

©Cronopio Edizioni, Napoli, polaroid di Patrizio Esposito, 1999

Scalmanato e incontenibile nella sua voracità linguistica, il nuovo romanzo di Enzo Moscato è tra i finalisti nella sezione narrativa del Premio Napoli 2021. Affermatosi da decenni, ormai, come uno degli autori più originali e dirompenti della scena teatrale partenopea, Moscato ritorna – non a caso – con un lavoro dal forte incedere teatrale. Un esilarante monologo autobiografico che fra un atto e l’altro non manca di trasformarsi in cronaca metalinguistica dove si «buffoneggia, istrionizza e teatralizza cu’’e parole».
E quale miglior palcoscenico per Moscato se non ancora Napoli, luogo dell’anima che riemerge come grandioso archivio di memorie private e collettive. O meglio, come un gigantesco polipo che fra i suoi mille vicoli, piazze e piazzette simili a tentacoli aggroviglia anche le storie individuali facendole eternamente sue.

Ma ritorniamo al cuore, anzi, alle viscere del romanzo. Stando alla presentazione stessa che ne fa l’autore, Archeologia del sangue è sì un’autobiografia ma – precisa subito –«bislacca» e «parziale»: una feritoia che si apre fra il 1948 e il 1961, sui suoi primi tredici anni di vita; quelli spensierati e impudenti di un’infanzia trascorsa fra «auliche» assenze scolastiche, empie marachelle e antiche faide familiari.

L’AMORE, LA STIMA, IL DESIDERIO DI CONOSCERE UN ALTRO E LE COSE CHE FA, OBBEDISCONO A UNA STRANA, MISTERIOSA, SEGRETA ALCHIMIA DEL NOSTRO CUORE.

Nel transfert narrativo i ricordi privati, più lucidi che mai, si intrecciano spesso alle memorie dei racconti corali, divenendo simbolo ed eredità di una città vittima di se stessa e della storia, martoriata nella prima metà del secolo scorso dall’arrivo dei nazisti – i «Lanzi-Nazi-chenecchi» – con i lori durissimi grugniti gutturali e, ancor prima, dal pianto straziante dei neonati, strappati via troppo presto dalle braccia materne per l’imperversare dell’influenza spagnola, nota anche – a onta di un intero popolo – come il “morbo del soldato napoletano”.

Pagina dopo pagina il lettore è condotto in un vero e proprio scavo archeologico nella memoria privata: il racconto diventa una spassosa stratigrafia sentimentale che tra viuzze, bassi e «zarellari», riporta alla luce, in un ordine che rispetta più una cronologia sentimentale, le tracce materiali e umane di intricate genealogie familiari. Moscato ritrae con straordinaria virulenza comica uno spaccato sociolinguistico postbellico dove, innestati su un italiano dai ricchi intarsi napoletani, latinisimi, francesismi e citazionismi colti coesistono in una godibilissima «ammesca francesca». I ricordi scorrono sempre veloci, perdendosi nel flusso di coscienza di una prosa squisitamente barocca. Un barocco tutto napoletano, certo, sovraccarico di eccessi e deformazioni, capace di dar vita a una sintassi a tratti delirante e nella cui trama l’alto e il basso, il bell’eloquio e il turpiloquio si impastano di continuo: alla prorompenza vernacolare della Lingua madre – di cui l’autore «succhia incantato ogni fonema» – si aggiungono, di fatto, come preziosi mosaici accanto a malmessi sanpietrini autoctoni, inaspettati forestierismi letterari.
Ed ecco che i personaggi del «quartiere» – madri, nonni, amanti, portinaie e scapoli da maritare – assurgono al ruolo di nuove Lady Macbeth o eroici Cid del teatro urbano napoletano. Il tutto, sempre abilmente incastonato assieme con somma maestria goliardica. Perché se c’è una cosa che a Moscato riesce bene è correre con passo svelto da un registro all’altro, come un abile funambolo che non teme cadute.

Quella che Moscato ci mette davanti è l’«Archeologia» di un sangue che fermenta e ribolle tra gli anfratti della memoria. Tessuto liquidissimo, le cui cellule sono fatte di parole, ingiurie e spergiuri osceni del patrimonio linguistico e culturale partenopeo; coriacei tanto quanto la storia della terra che li ha generati.
Dal primo all’ultimo capitolo sembra quasi di assistere alla parata di un carro funebre in festa, dove il riso e il pianto, la nascita e la morte si celebrano a un tempo. La scrittura si riafferma, insomma, come momento di testimonianza, celebrazione e terapia insieme: atto necessario di resistenza culturale, nonché esercizio di memoria privata che si allarga fino ad inghiottire quella di un palazzo, di un quartiere e, infine, di un’intera città, ancora dannata e traghettatrice, carnefice e vittima delle sue irrisolte contraddizioni.

Arianna Pacilio

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