15 Luglio 2019

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Berlinguer e il compromesso storico: l’ultimo tentativo riformista

Enrico Berlinguer, storico segretario del partito comunista italiano dal marzo del 1972 fino al 7 giugno del 1984, pubblicò tra fine settembre e inizio ottobre del 1973 su “Rinascita” tre articoli, con il nome: ”Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”.

In quelle pagine Berlinguer spiegò la necessità della strategia del compromesso storico che  condizionerà l’evoluzione del Pci e della politica italiana negli anni a seguire. Il nome dato agli articoli non è casuale.

L’undici settembre in Cile accadde qualcosa che scosse l’opinione pubblica mondiale e soprattutto il segretario del Pci: Salvador Allende fu sollevato dal suo incarico di presidente della nazione cilena con un colpo di stato, organizzato dalle forze militari nazionali, con la complicità del segretario di stato Henry Kissinger, collaboratore fidatissimo del presidente americano Nixon.

Allende vinse le elezioni la prima volta nel 1970, dopo essersi candidato per la quarta volta alla presidenza cilena, guidando una coalizione socialcomunista con il nome di Unidad Popular. Né filosovietico, né filoamericano, decise di andare al potere attraverso le elezioni, senza alcuna rivoluzione, ottenendo il 36,3%, senza raggiungere quindi la maggioranza assoluta. Promotore de “La via nazionale al socialismo cileno”, prospettò un modello di società socialista da realizzare in un regime democratico, senza sopprimere alcuna libertà, in modo da garantire il pluralismo e una libera dialettica in parlamento tra maggioranza e opposizione, come nelle democrazie occidentali più mature. Fu lontano dal modello dell’Urss ma nemico degli Usa, che fecero proprio dell’America Latina in quegli anni l’obiettivo principale della loro politica di espansione imperialista.

Gli americani ritenevano legittimi gli interventi militari per “liberare” le popolazioni dal comunismo, giudicato come il male assoluto da Nixon e Kissinger. Con il golpe dell’11 settembre, Allende venne destituito dall’incarico, il potere viene assunto dal generale Augusto Pinochet, molto gradito a Washington, che nel giugno del 1974 divenne ufficialmente presidente della nazione.

Il colpo di stato segnò l’inizio della riflessione di Berlinguer, il quale dedicò l’apertura del primo articolo ai fatti del Cile. Il segretario comunista ritenne che vi erano molte affinità tra i comunisti cileni e quelli italiani in quanto. Nel suo articolo infatti scrisse: ”Si erano proposti anch’essi di perseguire una via democratica al socialismo”.

Il segretario diede un’identità ben precisa al compromesso storico, come ad una strategia che si rifaceva alla tradizione e alla storia del partito. Il compromesso storico non fu semplicemente un’iniziativa che rispose alle contingenze politiche del momento, ma fu il risultato di una profonda elaborazione teorica. Alle origini di questa elaborazione stanno il pensiero di Gramsci, Togliatti e Longo.

Il congresso di Lione del 1926 segnò la sconfitta nel partito comunista dell’“estremismo” e del “settarismo” che Lenin aveva fortemente criticato. L’analisi di Gramsci sulla struttura della società italiana nei “Quaderni dal carcere”, l’esortazione a “fare i conti” con le forze reali, la svolta di Salerno del 1944, la strategia di Togliatti dell’”avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace” e le parole di Longo al dodicesimo congresso del Pci, che rivendicarono “un socialismo qualitativamente diverso da quello finora realizzato”, offrirono a Berlinguer il fondamento ideologico per la sua elaborazione e la possibilità di dare continuità al percorso segnato dal pensiero dei padri del comunismo italiano.

Si delineò dunque una nuova prospettiva per il partito comunista italiano, il quale non ebbe l’aspirazione di raggiungere con l’unità delle sinistre il cinquanta più uno percento, ma di costruire un rapporto di collaborazione tra le componenti storiche della politica italiana: i comunisti, i socialisti e i democristiani.

La proposta comunista risentì del colpo di stato in Cile, dimostrando a Berlinguer il pericolo, una volta raggiunto il governo, di un intervento militare esterno, che sollevasse con la forza delle armi la maggioranza liberamente eletta per instaurare una dittatura o una repubblica presidenzialista. Questo significava tornare indietro di qualche decennio, cancellando anni di lotte per la democrazia, per i diritti e per le libertà individuali e collettive, che rischiarono di colpo di essere cancellate. A questo si aggiunse il tentativo di destabilizzare il paese con iniziative golpiste (piano Solo e golpe dell’Immacolata) delegittimando la sinistra.

Berlinguer, per dare credibilità e possibilità di realizzazione al compromesso storico, attuò nell’ambito del pc una politica “estera” del tutto nuova, basata su tre assi fondamentali: l’accettazione delle scelte internazionali dell’Italia, ovvero la collocazione atlantica; il lento distacco da Mosca e dalla conferenza mondiale dei partiti comunisti del 1969, fino al discorso dello “strappo” avvenuto nel 1976 con l’iniziativa dell’“eurocomunismo”; la volontà del superamento dei due blocchi d’influenza unita ad una stagione di pace e di distensione internazionale.

La distensione era un fattore indispensabile per la libera iniziativa delle classi dirigenti nazionali, che avevano difficoltà a elaborare percorsi politici autonomi dalle due super potenze di riferimento. Con questa nuova politica “estera”, Berlinguer conquistò una notevole visibilità e prestigio internazionale, dando al tempo stesso al partito da lui guidato, le credenziali per andare al governo in un paese della Nato.

Da citare è l’intervista rilasciata a Gianpaolo Pansa per il Corriere della Sera una settimana prima del voto del 21 giugno, dove il Pci di Berlinguer raggiunse il suo massimo storico 34.4% alla Camera. Il segretario dichiarò di non temere la stessa fine di Dubcek in Cecoslovacchia: «noi siamo in un’altra area del mondo» affermò. Pansa gli chiese se la sua tranquillità derivasse dal fatto di trovarsi nell’area occidentale. Berlinguer rispose prontamente, dicendo che poiché l’Italia non aveva aderito al Patto di Varsavia, il socialismo italiano non correva rischi. Poi aggiunse che anche il Patto atlantico aveva innescato alcuni problemi, riferendosi alle numerose ingerenze americane nella politica italiana.

Per spiegare questo concetto pronunciò una frase, che cambiò di fatto la scelta internazionale del Pci: «Non voglio che l’Italia esca dal Patto atlantico anche per questo […], mi sento più sicuro stando qua, ma vedo che anche di qua ci sono seri tentativi per limitare la nostra autonomia».

Il compromesso storico trovò sia all’estero sia in Italia numerosi consensi, dando speranza a molte attese. Al tempo stesso raccolse diverse riserve internazionali e interne, le quali ebbero un loro  peso. Kissinger fu fortemente contrario al disegno del segretario del PCI, il partito comunista più forte d’occidente, giudicandolo come puro tatticismo elettorale e ribadendo la volontà di non abbassare mai la guardia al nemico comunista. Il dissenso nel paese era mite per la popolarità e la stima che i cittadini e gli avversari provavano per Berlinguer. Al progetto fu contrario Craxi, divenuto segretario del partito socialista italiano nel 1976, e vi si opposero anche gli ambienti più conservatori della Dc, dell’elettorato moderato e dei gruppi oltranzisti atlantici, che non desideravano la presenza del Pci nel governo.

Il maggiore interlocutore di Enrico Berlinguer per la realizzazione di un governo con la partecipazione comunista fu Aldo Moro. Entrambi però concepivano in maniera diversa l’incontro tra comunisti e democristiani. Per i comunisti l’alleanza venne concepita come una formula stabile, per la Dc si trattava solo di una breve esperienza per legittimare il Pci come forza di governo in modo da aprire, come ebbe a dire Moro, la “terza fase della repubblica”. Una stagione cioè nella quale sarebbe stata possibile l’alternanza di due schieramenti diversi.

Il presidente della Dc comprese la delicatezza della situazione e si convinse che la formula del centrosinistra, da lui ideata e sostenuta un decennio prima, dopo fallimenti e resistenze, esaurì la sua funzione. C’era bisogno di aprire una nuova fase nell’ambito della prima repubblica. Il paese pagava il prezzo dell’immobilità. Secondo Moro solo con i comunisti di Berlinguer il Paese sarebbe uscito dalla crisi.

Anche il 40% dell’elettorato della Dc credeva che l’incontro dei maggiori partiti italiani avrebbe dato risultati positivi. L’approdo al compromesso storico fu segnato dai governi di solidarietà nazionale del 1976/79, dopo che il Pci in parlamento appoggiò il governo delle “astensioni” guidato da Giulio Andreotti, prima anticomunista e poi convinto sostenitore dei governi con i comunisti. Fu la prima volta in trent’anni di storia repubblicana. La DC crebbe moltissimo nel biennio 1975/76, raggiungendo il picco dei consensi che non fu più eguagliato.

Il 16 marzo, giorno in cui i comunisti votarono la fiducia al quarto governo Andreotti, spingendosi quindi più in là dalla semplice astensione di due anni prima, Aldo Moro venne rapito dalle Brigate Rosse in via Fani a Roma.

Il rapimento e la tragica fine dello statista democristiano, con il ritrovamento della salma avvenuto 55 giorni dopo in via Caetani, diedero inizio al declino dei governi di solidarietà nazionale.

Il Pci perse ben nove punti alle amministrative del 1978, e scese sotto il 30% alle europee del 1979. Il grande sconfitto di questa stagione fu proprio il partito comunista, che ebbe un ruolo di secondo piano fase storica. Infatti, la risposta degli elettori non premiò il Pci. La Democrazia Cristiana, invece, mantenne stabile il suo consenso.

L’estate del ’79 fu scandita all’interno del partito da alcune critiche sul lavoro della segreteria, e Berlinguer mise a rimise il suo incarico di segretario nelle mani della direzione. Intanto in agosto si formò il primo governo Cossiga con l’astensione del Psi, e i comunisti tornarono all’opposizione. Con la morte di Moro, maggiore interlocutore dei comunisti, terminarono le speranze di Berlinguer per la realizzazione del compromesso storico. A questo si aggiunse il veto degli Stati Uniti.

Il 12 gennaio del 1978 con una nota del Dipartimento di Stato, gli States si dichiararono chiaramente contrari all’ingresso del Pci nell’aria di governo. Gardner, ambasciatore americano a Roma, dichiarò in un’intervista per “Epoca” lo stesso giorno: «Non desideriamo partiti comunisti nei governi dell’Europa occidentale». Il riferimento fu sicuramente all’Italia, perché la nota del Dipartimento di Stato fu resa pubblica in un momento difficile per la vita dei governi di solidarietà nazionale, proprio quando i comunisti spinsero per ottenere posizioni più avanzate: entrare nell’esecutivo del governo Andreotti.

Cambiò dunque la posizione dell’amministrazione Carter, che inizialmente assicurò nei confronti dell’Italia una posizione di “non interferenza e non indifferenza”. La Dc dopo la morte del suo presidente non aprirà mai più al Pci.

Il Craxismo che scandì gli anni ottanta non fu una stagione di riforme. Il debito pubblico subì una crescita mai conosciuta. Aumentarono sensibilmente i livelli di corruzione, e la politica mostrò il suo volto più meschino e spregiudicato nella lotta intestina fra Dc e Psi per la corsa alla presidenza del consiglio: il vero obiettivo della politica di Craxi.

Berlinguer morì tragicamente a Padova il 7 giugno del 1984 in piazza dei Frutti, durante il comizio conclusivo per la campagna elettorale delle europee. Lascerà un grandissimo vuoto nella sinistra e nella politica nazionale. Il compromesso storico, insieme alla proposta dell’austerità e alla questione morale, rappresentò l’ultimo tentativo valido di riforma del Paese, della società e della politica. L’ultimo tentativo riformista della prima repubblica.

Il Craxismo, sponsorizzato dal suo leader come una stagione riformista, mostrò i suoi vermi qualche anno dopo. Il paese rimase immobile, governato da maggioranze litigiose.

Nella parte conclusiva dell’ultimo articolo su “Rinascita”, Berlinguer affermò: «La gravità dei problemi del Paese, le minacce sempre incombenti di avventure reazionarie e la necessità di aprire finalmente alla nazione una sicura via di sviluppo economico, di rinnovamento sociale e di progresso democratico, rendono sempre più urgente e maturo che si giunga a quello che può essere definito il nuovo grande “compromesso storico” tra le forze che raccolgono e rappresentano la maggioranza del popolo italiano.»

Il compromesso storico sarebbe stato, secondo leader comunista, un grande tentativo di riforma del Paese. Se Moro fosse rimasto in vita, non sappiamo come sarebbe andata la storia. Sappiamo com’è andata dopo la sua morte. La lungimiranza, la serietà nell’affrontare i problemi con un approccio lucido, mai pregiudiziale e ideologico, e il legame inseparabile fra etica e politica, sono elementi che hanno fatto di Enrico Berlinguer uno dei personaggi più nobili della politica italiana.

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